Pages Navigation Menu

PERCHE’ IL BITUME

La mobilitazione enorme, incredibile, della cittadinanza savonese e limitrofa, contro il bitume, ha sorpreso e spiazzato molti.

Perché proprio per il bitume, si chiedono alcuni, facendo il confronto, per esempio, col carbone, che non ha mai coinvolto così tanto e così nel profondo, mai causato manifestazioni così partecipate. Questo a dispetto di notizie molto più drammatiche in proporzione, presunto aumento di morbilità e mortalità,  inchiesta con enorme numero di indagati, che vede coinvolta praticamente tutta la politica locale e regionale, pericolosità conclamata e dichiarata da anni e anni, con tanto di studi e dati che la suffragano, a livello mondiale, e degli sforzi di attivisti e comitati per segnalare e lanciare allarmi.

ccEppure, chi “sente” il vento, sente  gli umori e i cambiamenti, in fondo non si meraviglia.

Ci sono tutti gli ingredienti: il tema in sé, quasi emblematico, quasi un paradigma, una summa, un riassunto di cosa questo territorio abbia dovuto subire,  suscita facilmente emozioni negative e senso di ribellione immediati. Non ci sono, come nel caso del carbone, drammatici conflitti in relazione a posti di lavoro e a tutto un sistema economico che si reggeva, purtroppo, su questo inquinamento di fondo, ma si tratta di una cosa nuova e imposta, una sorta di arbitrio del sistema economico-politico.

C’è maggiore sensibilità, ambientale e non solo, anche dei propri diritti di cittadini, frutto di tante testimonianze e battaglie pregresse. Tant’è vero che ora anche il governo, con il famigerato “sblocca Italia”, è costretto a forzare la mano, a imporre, perché le cose non vanno più lisce come un tempo, quando si parla, per esempio, di inceneritori, un tempo visti come misura inevitabile, come progresso, ma di cui ora sono noti sia la pericolosità ambientale, sia la diseconomicità (altro che termovalorizzatori), sia la voracità e l’effetto controproducente per una moderna politica dei rifiuti.

bitMa soprattutto, quel che funziona ora è l’effetto “vaso colmo”. Improvvisamente, tutto quanto denunciato per anni, inutilmente, da gruppi e comitati di pionieri, contro il carbone, contro il cemento,  contro l’ipertrofia logistica, trova la sua quadra, il paradigma, il riassunto. Mi ricordo che lo scrivevo, tempo fa: prima o poi, gli effetti delle scelte sbagliate saranno evidenti, concreti, innegabili. E allora, forse, si inizierà a capire e dar ragione ai pionieri di cui sopra. Ed eccoci: gli inutili palazzoni in porto, in una Darsena appesantita da vetrine vuote e desolate, anziché incoraggiata a crescere nella sua vivacità,  sono solo uno dei tanti segnali. Che si sia costretti a pensare un enorme deposito a mare, sulla diga, perché non c’è stata né pianificazione né compensazione di spazi, perché ci si sono giocate preziose aree a filo di banchina, pensando solo al profitto del residenziale improduttivo, è altro segnale. Che il terminal auto, sempre per lo stesso motivo, distruzione di spazi, continui a stazionare sotto il Priamar, negando alla città la restituzione di aree, quell’anfiteatro sul mare promesso, costringendo, per realizzare una passeggiata, a un orrida passerella impattante anziché a un percorso più compatibile e meno costoso, lo è altrettanto.

E si potrebbe andare avanti a lungo con esempi di pessima o assente pianificazione e di scempi più o meno gravi.

Si è superato ogni limite, ogni capacità di accumulo, ogni sopportazione di decisioni imposte e prestabilite altrove, che nulla hanno a che vedere con gli interessi e il benessere dei cittadini, che non passano neppure nelle sedi istituzionali o vi giungono già blindate con maggioranze di ferro, compromessi in nome delle poltrone e delle appartenenze.

cambiamentoA partire dall’Autorità Portuale al centro di tutto. Dovrebbe essere comunque un ente pubblico, sia pure in qualche modo sovraordinato agli enti locali, ma in questi anni è stato un califfato, con potere assoluto e indiscutibile.

Troppo lungo sarebbe fare qui l’elenco delle situazioni in cui il porto, anziché fare da volano all’economia cittadina, si è messo di traverso, causando problemi o quanto meno mancanza di benefici. Quando ci dicono, per esempio,  che non ci sono soldi per l’elettrificazione delle banchine, guardandoci dall’alto della nuova impattante sede, più di dieci milioni,  il contrasto è evidente.

Qui non sto, ovviamente, condannando il porto o sostenendo che non abbia un ruolo economico fondamentale e indispensabile di fondo: sto lamentando che sia negato ai cittadini qualsiasi dialogo, qualsiasi accordo, qualsiasi discussione o critica sulle scelte, qualsiasi proposta innovativa di interesse generale, che farebbe bene anche al porto stesso.

E i nostri amministratori, coloro che in quanto eletti dai cittadini, dovrebbero difendere e rappresentare i loro interessi?

La risposta la conosciamo. Ce l’hanno fornita, in questi giorni, e non starò a ripetere, ciascuno si faccia le sue considerazioni del caso, se sia una risposta condivisibile, adeguata, o desolatamente povera di significato, soprattutto per quel che riguarda chi guida la nostra città.

Per non parlare dei tanti, troppi nomi di politici e funzionari a livello provinciale e regionale che ricorrono sempre, sono presenti in gravi inchieste che, quand’anche non li vedessero colpevoli, gettano comunque pesantissime ombre sulla trasparenza del sistema amministrativo e sui suoi legami con i poteri economici.

E di questo i cittadini cominciano a chiedere e a tenere conto. Ecco, dunque, le chiavi dell’improvviso risveglio, del fermento. Perché ci sono segnali talmente diretti, talmente evidenti, chiari ed elementari, da essere facilmente raccolti e percepibili.

Si è superato il limite, si è  osato troppo, si è contato troppo sulla consolidata arroganza di un sistema autoreferenziale, che ora è sotto i riflettori impietosi dell’opinione pubblica.

no-bitume-savona-non-vuole-bitumeI media si devono adeguare. Le manovre, il cerchiobottismo, i tentativi di sminuire i problemi, di sviare l’attenzione,  di istituire una fasulla par condicio fra due parti in causa (non ci sono qui, due parti in causa: sono solo interessi di pochi contro tutti), di dare le etichette che automaticamente ghettizzano e limitano, non si adattano al caso in questione. Le tecniche consolidate di tanti anni, per catturare lettori ma non spiacere troppo ai poteri forti, che già avevano scricchiolato col carbone, qui sono saltate del tutto.

Significativo, infatti, l’uso dei termini: da protesta dei soliti quattro ambientalisti contro il bitume, dopo i primi numeri sulla raccolta firme, dopo le adesioni di singoli, di personaggi, di associazioni, di esercizi pubblici, si è dovuti passare a mobilitazione di cittadini. Già una piccola vittoria. Semantica, ma comunque vittoria.

Ed ecco che il sistema, alle corde, mostra i nervi scoperti, mostra il suo vero volto, è costretto a far entrare in azione i pezzi grossi, quelli che di solito agiscono dietro le quinte, che non hanno bisogno di intervenire, chiedere, parlare in pubblico.

Con risultati assolutamente controproducenti e autolesionisti fino al grottesco.  Perché la loro arroganza, tipica di chi non è mai contrastato, la loro freddezza, tipica di chi è abituato a vedere solo il lato economico, (chi ha lavorato in azienda sa come si ragiona in quei contesti), la loro autoreferenzialità, ma soprattutto e più di tutto, il loro totale DISPREZZO per i cittadini, emergono inequivocabili, regalandoci autentiche perle.

Se la politica stretta fra due fuochi, quello dei cittadini e quello degli interessi che non si possono rifiutare, si ritira subito, fiacca e mogia, in questo caso ( a parte il presunto commento dell’assessore Martino che, innervosito dalla situazione, avrebbe dato dei “pezzenti” ai cittadini presenti in aula, e anche questo la dice lunga…) ed è costretta a tenere un profilo basso, tentando di prendere tempo e di limitare i danni, per lo più fingendo solo, a parte pochi casi, di opporsi, i veri padroni della città, stizziti, monitano e sentenziano.

pezzenti

Così, interessati e attenti, apprendiamo che è assurdo come “l’ultimo dei cittadini” qualsiasi, abbia diritto di alzarsi e parlare e dire la sua. E tanti saluti all’obsoleto concetto di democrazia.

Bisogna lasciar fare ai tecnici, agli imprenditori, a chi ne sa più di noi. Non far perdere tempo inutile  a spiegare.

Si sottintende che loro sappiano cosa è bene per noi, meglio di noi? No, non necessariamente. Alcuni hanno questa degnazione, di farcelo almeno credere, per altri, il concetto proprio non si pone, non mette conto tentare di indorarci la pillola. Dove ci sono degli interessi, dei grossi e forti interessi, come si permette il misero cittadino di sindacare? Non è affar suo. Punto.

Veniamo poi a sapere che dobbiamo rinunciare a una parte di salute, in nome del progresso.

Che possa esistere un altro, un diverso progresso che costruisce il futuro, l’economia e la tecnologia proprio in nome sia della salute e del benessere di tutti, sia dell’equilibrio ambientale, non è preso in considerazione.

L’alternativa ai suffumigi di bitume è morire a vent’anni ingobbiti su un campo riarso da zappare. Tertium non datur.

Non ci va bene niente, non lasciamo fare ai “grandi”, da eterni bambini capricciosi, e poi non lamentiamoci se siamo senza lavoro. Ce lo meritiamo, ci meritiamo di morire di fame.

progressoTrapela anche una certa malcelata insofferenza, il disprezzo si estende ai politici che non hanno sufficiente “autorevolezza e credibilità” nell’imporre le scelte di altrui profitto.  Guarda te se ci costringono a intervenire, son messi lì apposta per tenere a bada questi quattro elettori, e non riescono neppure a fare il loro mestiere.

Il porto “non è una municipalizzata”, dice colui che in sé assume più cariche degli attributi di una divinità egizia. Lo vogliono capire o no, i cittadini, che non sono fatti loro, né dei loro amministratori? Si rassegnino, accettino il bitume e non diano più inutili fastidi.

Si sono dette “stronzate” sul bitume. Quali, non è dato sapere, non meritiamo tanta illuminazione, accontentiamoci dell’affermazione apodittica di un esperto giornalista del settore.

Che poi, chi per esempio anima il comitato “Savona porto elettrico” siano persone informate, non digiune di cultura scientifica, fornite di dati, esempi, studi,  casistiche,  filmati, articoli, montagne di concretezza, non conta. Qualsiasi confronto è negato, sono  solo dei patetici “speaker del corner” dei poveri, gente che delira sopra una scatola di sapone.

Ecco, in sostanza, l’idea che il sistema ha di noi. Eccolo, espresso fuori dai denti, fuori da ogni maschera, il disprezzo di fondo. Ecco, l’immensa retromarcia del contesto sociale in atto, la nuova divisione in classi, potenti e pezzenti. Niente di nuovo o sorprendente, forse, solo che prima era più sfumata, meno evidente, con qualche compensazione.

Più la crisi ci immiserisce, più le regole del mercato del lavoro ci stravolgono la vita, più ci mettono gli uni contro gli altri, a lottare per un osso spolpato, più si sentono in diritto dovere di guardarci dall’alto in basso, più si sentono liberi di agire e di non rendere conto di niente, se non a quei ben precisi interessi e poteri, nazionali o internazionali, che rappresentano.

A partire dal nostro ineffabile premier Renzi, che esprime al meglio tutto questo.

lpcanavese--220x286Poveri, di una povertà colpevole, senza scuse. Pezzenti. Fannulloni pieni di pretese. Detto spesso da chi percepisce non profitti di impresa o guadagni realizzati con impegno e/o esposizione personale, ma manager pubblici a tre o quattro emolumenti diversi, politici ricchi di poltrone e prebende, imprenditori favoriti da contributi e regali statali, giornalisti o esperti di testate da quattro lettori che ricevono cospicui fondi pubblici.

Pubblici, cioè di tutti noi. Li paghiamo, e in cambio ci danno dei pezzenti. Ecco, la mia sparata populista di oggi l’ho detta. Ma è bene comunque riflettere.

Dal bitume, mi sono fatta un po’ prendere la mano. Vedete voi, se vi riconoscete nella mia rabbia e frustrazione, se avreste davvero voglia di cambiare democraticamente, ma radicalmente, le cose e le persone nei posti che contano.

Se pensate che valga la pena di impegnarsi in prima persona e lottare civilmente, oppure di continuare a subire e a farsi raccontare storielle. Ne va, tra le altre cose, della salute e del futuro dei nostri figli, oltre che della nostra vita immediata.

Scrivi un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *