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Villa Zanelli, recupero vuol dire rispetto

Dev’essere un periodo fecondo, di fermento, non so cosa si respiri nell’aria, non so cosa abbia risvegliato le coscienze savonesi, ma accade, e prendiamone atto con soddisfazione, sperando che duri e che porti frutti.

Sul bitume, alla faccia di chi tacciava  di ignoranza i cittadini in protesta, si incassa persino il riconoscimento dell’ordine degli ingegneri (noti incompetenti sull’argomento…), i quali ammettono che solo la grande mobilitazione popolare ha causato un salutare  stop (temporaneo, ahimè, non abbassiamo la guardia!): se fosse stato per politici e per documenti tecnici carenti, si sarebbe portata avanti una situazione grottesca. Non solo: i tecnici fanno rilievi e osservazioni che i famosi ultimi cittadini, quelli considerati dei “minus habens” a prescindere, avevano già sollevato. Son soddisfazioni.

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Ma ecco spuntare all’orizzonte un’altra causa che appassiona: il recupero di villa Zanelli. Se ne parla, se ne è già parlato,  si interessano esperti d’arte e di liberty di livello nazionale, i media e i social rilanciano anche fuori Liguria, addirittura oltre confine.

Non starò a ripetere e riepilogare quello che tanti commenti, articoli, interventi stanno iniziando a elaborare in proposito. Tutto è in evoluzione, l’importante è non lasciar cadere l’argomento e trovare al più presto una quadra, rispettosa del bene in questione, che lo valorizzi per quel che è e per quel che può significare, cultura, arte, turismo, prestigio. Un’idea magari innovativa, semplice ma efficace come lo sono di solito le vere buone idee, che non hanno bisogno di infiocchettamenti. Al contrario di quelle cattive,  che peggio sono, più bisogna inzuccherare per farle  digerire.

(Non so perché mi vengono in mente certe cementate con passeggiate a mare…)

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Come sempre, nemo propheta in patria, ci vogliono degli esterni per farci ragionare, perché chi solleva i problemi qui e fa proposte, non viene ascoltato da chi possiede una ricchezza, ma non sa di averla o non gli interessa, e spesso la distrugge o la abbandona al degrado e all’indifferenza.

Non so se sia una forma di provincialismo, una visione sbagliata (e ormai retrograda) della modernità, per cui non esiste conservazione ma solo sinistra “riqualificazione”,  Non restauro rispettoso ma solo stravolgimento, fino al punto di distruggere il bene che si vorrebbe preservare, materialmente o strappandogli l’anima. Anche al di là e oltre quelli che possono essere interessi speculativi più o meno leciti, ma con vera e propria furibonda convinzione. Al più si accampano come alibi problemi economici, difficoltà di reperire sponsor o risorse, quando è la volontà,  il vero problema alla base di tutto.  Quando in alcuni casi il recupero non sarebbe poi proibitivo, oppure comporterebbe costi iniziali ampiamente rientrabili grazie a vantaggi successivi. Fatto sta che certi discorsi contrari all’andazzo, certe proposte alternative, qui da noi sono accolti, nelle sedi decisionali, da sorrisetti, incredulità, noia.

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Conforta sentirsi riproporre una visione diversa da chi arriva dall’esterno. Significa che c’è vita, dopotutto, fuori da questo grigiore, da questa adorazione del palazzone e del box purchessia. Che per alcuni rappresentano l’unico orizzonte possibile, come non esistesse altro.

Ancora in questi giorni, mentre il vicesindaco sembra interessarsi soprattutto al giardinaggio e alla botanica, altri in Giunta difendono pervicacemente le soluzioni vecchia maniera, lamentando che ostacoli tecnici, burocratici e di banale ambientalismo abbiano fermato il “salutare” scempio.

Dalle dichiarazioni aperte, si è passati al titolo esplicativo. Apprendiamo dunque dai giornali (solo da una edizione locale, le cronache di incontri in varie sedi dicono tutt’altro) che l’esondabilità del rio Molinero avrebbe ostacolato il recupero della villa.

Qualcuno magari ci crede pure, a questa giustificazione.  Con duplice risultato: da una parte, si dà alibi all’inerzia.  Poverini, loro avrebbero anche fatto molto per la villa, l’intenzione c’era, ma  la burocrazia, i problemi, l’eccesso di controlli… Dall’altra, si continua a ribadire la necessità di fare lavori su quella “bomba” potenziale d’acqua in città.

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Il che di per sé è necessario, sacrosanto. Ma a parte chiedersi come mai il rio è stato così strozzato, tombato, reso pericoloso dalla cementificazione di anni e anni, di chi è la colpa se ora è ridotto così, se non ci si è pensato prima, la domanda successiva è, inevitabilmente: non è che si vuole fare lavori di adeguamento con soldi pubblici, per favorire speculazioni edilizie private?

La stessa domanda che potrebbe sorgere guardando la foce del Letimbro, la via Tobagi cancellata per poter far sorgere il complesso del Mulino. Oppure,  osservando i lavori del ponte di Santa Rita: il futuro Binario Blu, oggi sospeso ma domani chissà, c’entra mica qualcosa?

Invece si lascia da parte la domanda più ovvia, che quel titolo dovrebbe suscitare: cosa c’entra l’esondabilità con il semplice recupero e restauro di un edificio esistente? Ce ne sono altri, in zona, vicini al rio, rimessi a nuovo senza problemi.

Allora, occorre forse un attimo riepilogare le ultime vicende comunali in proposito, per capirci di più.

Si era nel 2012, era avvenuta la famigerata cartolarizzazione. La Giunta regionale aveva pensato bene di liberarsi dei debiti della Sanità assegnando un valore agli immobili dell’Asl regionale, e cedendoli ad Arte, (costretta a sua volta ad indebitarsi per acquisirli), che li avrebbe potuti mettere in vendita, “valorizzarli” , si diceva.

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A parte che, gonfiati o no che fossero i valori dei beni, la vendita fu un flop. A parte che la Corte dei Conti ha avuto da ridire in proposito, come sappiamo.  Diciamo che in questo calderone ritroviamo purtroppo la nostra villa, con altri beni in territorio savonese.

Ce ne occupiamo in Commissione e Consiglio Comunale, perché  in ogni caso il Comune ha voce in capitolo, può chiedere o meno la Conferenza dei Servizi, e riceverebbe un 10% sull’eventuale incasso dalla vendita.

Apprendiamo che, scongiurato a fatica il rischio di brutale frazionamento in mini alloggi, si è mantenuta la destinazione turistico ricettiva.

Il che però non vuole dire niente e non rassicura: spesso serve solo per ottenere ampliamenti, agevolazioni e cemento, e poi in un secondo tempo arrivare sempre lì, al frazionamento residenziale. In peggio, con altri volumi. Come non rassicurava il fatto che nelle piantine in possesso di Arte non risultasse neppure il nuovo edificio dei Vigili del Fuoco, che già si era mangiato un pezzo di giardino. Figurarsi, con carte così aggiornate, come poteva essere accurata la valutazione.

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Infatti ecco che il progetto prevedeva box interrati nel parco. Non si può avere un hotel senza parcheggi, ci si lamenta sospirando. E addio alle alberature, al massimo ci ricresce un po’ d’erba.  Forse. Che già  Attila fosse un progettista di box interrati?

Erano inoltre previsti un recupero e ampliamento di volumi, magazzeni e casa del custode, in parte qui in parte spostandoli altrove,  come prevedono i vari sublimi piani casa.

La definizione del progetto nella delibera era in realtà piuttosto vaga, con diversi passaggi e aggettivi sibillini, che lasciavano supporre ampie aperture e discrezionalità.

Per fortuna allora non fummo in pochi ad avere perplessità su stravolgimenti che avrebbero distrutto il valore del bene, invece di preservarlo: nacque un ordine del giorno proposto da Aschiero alla maggioranza e poi approvato all’unanimità, per chiedere la Conferenza dei Servizi e lo stralcio dell’ipotesi box.

La presenza del rio Molinero (torrente ora appunto incolpato di disfattismo e boicottaggio, insieme col consigliere di cui sopra) contribuì  a far tramontare l’idea e probabilmente a rovinare piani già fatti. Quegli stessi che ora si rimpiangono e si vorrebbe pervicacemente rinverdire.

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Viene il sospetto che fin dai tempi in cui la villa fu chiusa, sia nata da parte di qualcuno l’idea di voler apposta trascurare il bene sperando che crollasse, sperando che ne fosse impossibile il recupero e ci si liberasse di ogni grattacapo di Sovrintendenza, per poter dare poi il via libera agli agognati e salutari palazzoni tanto moderni, efficienti e remunerativi.  Non è una supposizione campata per aria, ma si basa su molti esempi: rimanendo anche solo in  via Nizza  troviamo diversi edifici fatiscenti sul mare,  (tralasciando il caso eclatante dei Solimano) forse appena meno artistici, per i quali gli speculatori prospettano e sperano la stessa sorte.

Cosa che, a mio parere, non dovrebbe essere accettabile né permessa dalle amministrazioni. Invece sembra una regola ampiamente diffusa e generalizzata. E incoraggiata. Il ricatto del degrado, per far accettare tutto.

Speriamo che prima o poi cambi qualcosa. Nel frattempo, auguriamoci che l’evidenza artistica e la peculiarità del bene in questione, villa Zanelli, impediscano per una volta agli speculatori i soliti giochetti, e che i riflettori di questi giorni fungano da tutela e sentinella, in attesa di un recupero che ci auguriamo rapido, salutare, con conseguenze magari positive per la città,  soprattutto se sede museale di prestigio.

Noi cittadini abbiamo imparato come si fa, a far sentire la nostra voce. Abbiamo imparato come attivarci e coalizzarci. Per una volta, smentendo l’accusa di essere quelli del no, perché non fare un comitato A FAVORE  di qualcosa? Un comitato positivo, produttivo, proattivo, pieno di idee, progetti, possibili finanziatori? Perché non dimostrare, a chi non ci crede e non ci vuole credere, che un altro recupero è possibile? Che non occorre “riqualificare” ciò che è già ampiamente qualificato di suo, occorre solo conservare e restaurare al meglio? Che se ne possono trarre ampi vantaggi, anche economici, senza passare per il piccone risanatore, gli ampliamenti di volume,  lo stravolgimento, la distruzione del contesto e di tutto ciò che rende prezioso, unico, quello specifico bene culturale?

Sarebbe una bellissima novità, uno splendido esempio di democrazia diretta.

Villa Zanelli, un pezzo importante  e invidiabile del nostro cuore e della nostra storia, lo merita davvero.

Milena Debenedetti

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